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La nostra narrazione di “Giulia”

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La nostra narrazione di “Giulia”

Il ritorno. Giulia tornava a casa, finalmente, dopo un tempo che le era parso infinito. Vecchia, stravecchia, era più di un secolo che non solcava quei vicoli, cento anni e più che la sua ombra non veniva riflessa sui muri bianchi di quel Paese bianco al di là dall’Agri. L’ombra di bambina si era ormai riempita di rughe e grinze e attraverso quella pelle sottile si leggevano le ossa, incurvate per l’enorme fatica e per le diciassette gravidanze. Molte volte madre, raramente moglie, a casa di don Carlo si era presentata stringendo al seno il piccolo Nino, di due anni, entrambi avvolti nel medesimo scialle; gli altri figli se li erano divisi, in modo diseguale, la vita e la morte. Il primo figlio lo aveva fatto col marito, al tempo della guerra: poi l’uomo era partito per l’America, portando con sé il bambino, ed era scomparso in quel continente, senza mai più dar notizia di sé. In quel viaggio tra Matera e Sant’Arcangelo Giulia aveva scavato nella sua memoria, ricordando i paesaggi e i luoghi del suo tempo, per la maggior parte ancora intatti. Ma la terra non aveva più lo stesso odore, lo stesso profumo del sudore e della fatica, di quando per sistemare i fossati delle praterie paludose, non avendo che dei panieri per levarne la melma, si impiegavano in luogo delle bestie da soma delle povere donne, delle giovinette, dei fanciulli, affogandoli sotto il fango che colava dai vimini mal connessi sulle loro teste e sulle loro vesti. Ora il mondo, quel suo piccolo mondo antico, dava invece l’impressione di essere cambiato, e qui e là la Lucania aveva ceduto il passo alla Basilicata, talvolta accettando talvolta subendo i compromessi di una precaria modernità, spesso già sepolta sotto strati di ruggine e ricordi industriali. Ma tra il Basento e l’Agri le tele di don Carlo erano ancora impresse nell’argilla, some se l’olio del pennello fosse colato su quell’arida terra dandole colore e forma, materia e sostanza. Giulia entrò in Sant’Arcangelo in ottobre, quando l’autunno lentamente insegue l’estate e ne prende il passo, quando gli usci delle case pian piano riprendono a chiudersi perché la calura estiva ha oramai allentato la sua morsa. Fu un ingresso trionfale il suo, l’umile contadina, la strega, il lupo, era ora accolta come una matrona, come se la sua storia avesse finalmente un senso e divenisse Storia. E quei nuovi visi di nuova gente le ricordavano vecchi amori: ella, canuta come la luna, riscopriva in quei lineamenti i caratteri dei suoi tanti uomini. Se solo ci fosse stato il silenzio in luogo del chiacchiericcio confuso avrebbe potuto persino sentire il ricordo del battito del suo cuore di innamorata. Ma era un tempo diverso quello che fluiva in quell’oggi, il tempo della riconciliazione e degli abbracci, ed aveva la forma del cerchio e non già della retta, disegnato da un compasso che tornava su se stesso. E chiudeva un ciclo. Giulia ora era a casa. E Giulia rinasceva felice, trionfante, regina. E pensò a Don Carlo e al modo in cui aveva deciso di consegnarla alla storia, alle silenti e lunghe attese in posa, composta nella sua femminea fierezza. Giulia ora non era più la Santarcangiolese, erano le mille Giulia nate come veneri dalle acque dell’Agri, era Mefite, era la Grande Madre, era la Basilicata, era l’archetipo di ogni donna plasmata in quella fredda argilla. Giulia Venere, detta la Santarcangiolese, ora era a casa. E sussurrò un ultimo grazie a Don Carlo, e sorrise.

2017-10-12T13:09:34+00:00 12/11/2015|Categories: Cultura ed Eventi|Tags: , , , , |
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